Agenzia di comunicazione, web agency, digital agency, SEO...

Agenzia di comunicazione, web agency, digital agency, SEO...

Pubblicato il in Marketing e comunicazione

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Chi più ne ha più ne metta, ma come districarsi?

Proliferano nel mercato agenzie dedicate al web e al digital, se non addirittura a particolari aspetti dei new media (come il SEO o le digital PR). Ma il pericolo è che si perda quella visione “olistica” della comunicazione che solo un’agenzia globale è in grado di offrire, interfacciandosi con il marketing. Il mondo della comunicazione d’impresa ha vissuto, negli ultimi vent’anni soprattutto, una straordinaria rivoluzione all’insegna del digitale, caratterizzata da un sempre più diffuso utilizzo del web e dei canali social e dal parallelo venir meno del trinomio più classico giornali, TV e radio. All’origine numerose ragioni. Semplificando, possiamo citare una sempre maggiore attenzione al ritorno degli investimenti, l’esigenza di nuove metriche per misurare i risultati e la crescente frammentazione dei potenziali clienti.

Questa rivoluzione digitale ha portato alla nascita di una pluralità di soggetti e operatori caratterizzati da una marcata qualificazione professionale. Alle agenzie di comunicazione si sono via via affiancate sul mercato realtà specializzate ed esperte nel web o nel digital: dalle attività SEO, alle digital PR, solo per citarne alcune.

Questa tendenza, se da un lato rende conto dell’esigenza di disporre di competenze dedicate per affrontare in modo efficace i molteplici aspetti che caratterizzano la comunicazione digitale, dall’altro fotografa una criticità, con cui le imprese rischiano di doversi misurare. Tanta specializzazione può, infatti, portare ad una frammentazione eccessiva della comunicazione aziendale, perché gestire una molteplicità di interlocutori diversi, oltre ad essere complesso, potrebbe comportare una mancanza di quella visione comune e complessiva capace di trasferire in modo corale e distintivo l’identità di un brand.

L’iper-specializzazione porta con sé l’inevitabile sopravvalutazione delle proprie competenze per chi la offre e genera, in chi la subisce, confusione e incapacità di governance, un’eccessiva focalizzazione su “una sola parte del tutto”, con responsabili marketing che impazziscono per coordinare e individuare le risorse economico/operative necessarie.

Tornare ad un una visione “olistica” della comunicazione è dunque fondamentale per un’azienda che intende essere presente sul mercato con un’identità precisa e, al tempo stesso, con una propria personalità. E ciò comporta stringere una partnership con agenzie di comunicazione che siano portatrici al tempo stesso di una visione a tutto campo e di competenze complesse e articolate: realtà d’impresa che conoscano i diversi strumenti e i diversi canali e li sappiano governare al meglio, ma abbiano quale focus primario la definizione di una strategia comunicativa, all’interno della quale scegliere le leve e gli ambiti più efficaci.

In un’agenzia di comunicazione strutturata, infatti, oggi trovano sintesi figure dalle competenze differenti e complementari, capaci di operare nei contesti online e offline e, soprattutto, di operare in modo sinergico fra loro: account, brand manager, art director, copywriter, SEO specialist, web developer, web designer, video maker, social media manager, ecc. Ricreare questa visione della comunicazione significa non solo spostare l’accento dagli aspetti tecnici ai contenuti, ma anche agevolare il circolo virtuoso “azienda – marketing – comunicazione”.

L’agenzia di comunicazione è, infatti, l’interlocutore privilegiato sia dell’azienda che del consulente o del responsabile marketing: se quest’ultimo è chiamato ad analizzare e identificare con SWOT e modelli di business i valori distintivi aziendali e i percorsi operativi per attuarli, l’agenzia di comunicazione ha il compito di declinare e interpretare in modo concreto questa strategia complessiva, definita a monte e fatta propria dall’azienda, proponendosi come partner globale e con un approccio multi-settoriale.

Articolo a cura di Giorgio Cortella, giornalista.

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