La comunicazione al tempo del Coronavirus

La comunicazione al tempo del Coronavirus

Pubblicato il in Motivazione e Cambiamento

la comunicazione al tempo del coronavirus

Breve riflessione sulla comunicazione efficace al tempo del Virus

Diagnosi

Potrebbe bastare scomodare gli sposi di Manzoni o la sua Colonna Infame, ma l’eredità è lunga, da Tucidide a Boccaccio, da Camus a Saramago e poi oltreoceano, da Poe a Michael Crichton, per non parlare di film e serie tv che spopolano in streaming, per evidenziare che ogni pandemia racconta della messa a galla di un sommerso. Quale? La malattia esisteva già nel cuore e nella vita della gente. Il virus è un corpo solido che immergendosi e allargandosi nel mare dell’esistenza dà la spinta di Archimede dal basso verso l’alto, fa emergere ciò che non riuscivamo a vedere perché era fermo sul letto del mondo. Il sacrificio di tanti, quindi, non passa invano, magra consolazione, certo, ma il virus è cieco…, perché mette in luce vizi e qualità, eroismi e viltà dello stato attuale dell’umanità. Rimette in fila i valori, ricolloca le priorità, ci sorprende tutti egualmente vulnerabili, uomini e donne, in una parola ci riporta a riflessioni morali.

Prognosi

Comunicare è mettere in comune, condividere, far partecipe l’altro di una notizia, di un’emozione, di un sapere. Comunicare ha a che fare con la responsabilità di chi emette la sua voce. È una questione etica, la comunicazione. Se l’etica è la scienza della morale, di ciò che è bene e di ciò che è male, ciò che è giusto o ingiusto all’interno di un universo condiviso da una società, quanto pensiero ci costa, quanto lavoro, la costruzione di un messaggio?

La cronaca ci ha obbligato a rimescolare le carte, a ripensare chi siamo, dove eravamo, dove andremo e ci chiama anche a fare una profonda riflessione sul perché, come e cosa comunichiamo.

La comunicazione parte da qualcuno per arrivare a qualcun altro. Quando comunico devo avere ben chiaro a chi sto parlando perché è da quel chi che ho da farmi capire. Gli intoppi, i malintesi e i messaggi che non giungono a destinazione hanno questo difetto di forma: sono autoreferenziali, rimbalzano, si costruiscono all’interno del mondo di chi emette senza tener ben conto dell’universo emotivo e percettivo di chi riceve. Certo, è tutto più complesso di così, ma questa è una base.

Parlando di comunicazione all’interno delle aziende, stiamo lentamente comprendendo che senza conoscere il mio interlocutore, il mio cliente, reale o potenziale, parlo tra me e me. E stiamo lentamente imparando a evitarlo. Diversamente, quando mi va bene, parlo a qualcuno che mi assomiglia e che nel momento in cui riceve il mio messaggio si trova nella mia stessa condizione percettiva ed emotiva.

Ricadute

Perché abbiamo scomodato etica, morale e storie di libri o di film? Perché, nonostante il mondo stia ancora una volta cambiando - il mondo cambia continuamente ma ci sono delle volte, come questa, in cui ce ne rendiamo conto più o meno tutti nello stesso momento… -, stiamo incappando in uno degli errori più comuni, in una delle trappole più subdole, a nostro avviso, della comunicazione: la ridondanza, la ripetizione, l’imitazione. Mentre invece siamo tutti diversi, ognuno di noi è un mondo, ha la sua voce, le sue parole, il suo universo. Il vocabolario di una lingua ci impone i suoi idiomi e i suoi codici, quelli sono, certo, ma non sono le parole a fare la differenza di una comunicazione, sono la verità e le emozioni che la accompagnano. Le nostre identità. Un esempio su tutti. Ti amo, quante volte viene detto? E se voglio dire ti amo uso esattamente quelle parole lì. Diventano le parole più banali del mondo se dette senza sentimento, senza verità. Le più magiche se sono dette da chi le vive. E se sono dette così, emozionano anche chi semplicemente le ascolta dire dall’esterno di quel momento di verità. La ridondanza intesa come utilizzo sprecato, esagerato, non utile alla costruzione del messaggio, che alla fine toglie forza, identità, verità e lo vanifica. A volte giriamo intorno, riproponendo sempre le stesse parole o le stesse immagini perché non riusciamo ad arrivare al cuore del messaggio. Perché non ne sappiamo abbastanza, perché non abbiamo ben chiaro cosa dire. E allora meglio il silenzio. Lo step successivo alla ridondanza è l’assuefazione. E dopo, la non ricezione del messaggio. Quindi il fallimento della comunicazione.

Una cura

In un momento in cui l’empatia ci è entrata in circolo e con lei la solidarietà, l’ascolto, l’apertura, approfittiamone per capire chi siamo e dove siamo, condividiamolo con chi ci assomiglia. Mai come nei momenti di crisi abbiamo necessità di riconoscere storie, di inserire la nostra in una storia più grande, di leggere il nostro destino all’interno di un destino più vasto, di leggere le nostre sorti attraverso il racconto della vita degli altri. È ciò che fanno i libri, i film, ciò che fanno i nostri nonni quando ci raccontano la loro infanzia, ciò che facciamo noi con i nostri figli sperando di lasciare impronte e radici.

Lasciamo le parole del Virus a chi di quello si occupa, lasciamogli fatti, opinioni, interpretazioni. Occupiamoci di noi. Raccontiamo pure le nostre paure, condividiamole se le abbiamo. Raccontiamo le nostre speranze, condividiamole se le abbiamo. Raccontiamo in trasparenza cosa stiamo facendo o non facendo, se ne sentiamo l’urgenza. Ma non sentiamoci obbligati a dire ciò che dicono gli altri. Usiamo questo tempo per conoscerci e farci conoscere. Il mondo, mai come adesso, ha bisogno di storie. Come aziende, motore immobile e mobile dell’economia di ogni società, facciamoci carico delle nostre responsabilità etiche e morali. Facciamolo per la nostra famiglia, per i nostri dipendenti e collaboratori, per i clienti che ci hanno dato fiducia, per i nostri fornitori che dovranno continuare a darcela. Raccontiamo storie vere. Consapevoli del nostro ruolo. Facciamoci aiutare, se necessario, a trovare la nostra voce, le nostre intenzioni, a farle giungere a destinazione. Non è esattamente roba da poco…

 

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Patrizia Patelli

Content Creator Ho trascorso le estati della mia infanzia seduta al tavolo di una cucina di campagna. Copiavo e ricopiavo su quaderni a quadretti le favole di un vecchio libro di Hansel & Gretel. Il libro aveva una copertina di stoffa blu e pagine così umide che serviva impegno per non sciuparle. Era il libro che mia mamma aveva letto ai suoi fratelli. Non a me. Il libro che avrei sempre voluto leggere ai miei figli prima che scomparisse insieme alla cucina, al tavolo, ai quaderni e a quell’età. Il libro di tutti i libri che sono arrivati dopo. L’inizio della storia delle storie che non ho mai più smesso di cercare. E raccontare.

patrizia@gabriellipartner.com