Da capo a coach

Da capo a coach

Pubblicato il in Motivazione e Cambiamento

da capo a coach

 

Intervista a Piero Gatti, Formatore e coach certificato  ICF.

Buongiorno Piero, prima di diventare un coach cosa facevi?

La mia vita lavorativa? Un’evoluzione continua e frenetica, perfettamente in linea con il contesto nel quale tutti stiamo vivendo. Da commerciale puro ad agente di vendita passando per capo area, arrivando ad abbracciare una carriera manageriale dedita alla formazione. È nella formazione che ho deciso, infatti, di focalizzare la mia vita professionale, da formatore junior a master trainer presso una rinomata Corporate University fino a diventare, come libero professionista, formatore specializzato in comunicazione efficace. Un percorso, il mio, che mi ha dato la possibilità di evolvere in modo costante senza smettere di imparare, integrando conoscenze, informazioni, teorie e pratiche con abilità e competenze in modo dinamico e flessibile, e valorizzando al massimo le mie attitudini personali e le mie qualità umane. Ho avuto modo, così, di affinare anche l’arte comunicativa che più mi affascina, il coaching: un modello di sviluppo delle abilità che risiedono in ognuno di noi.

Quali sono le figure aziendali che potrebbero beneficiare dell’arte del coaching?

Ogni figura manageriale (middle o top) dovrebbe, a mio modo di vedere, avere conoscenze applicate di coaching, al fine di potenziare le proprie capacità di gestione delle risorse umane. La sfida, se vogliamo, sta nel dimostrare che tutti possono incrementare le proprie competenze approcciandosi al coaching. Esso, infatti, aiuta a migliorarsi in modo trasversale, lavorando su diversi piani: ascolto attivo, focalizzazione, sospensione del giudizio e capacità di condurre la comunicazione. Personalmente ho visto tante figure professionali letteralmente trasformate dal percorso di coaching.

 È vero che il coaching può riconoscere e sviluppare le abilità di qualunque soggetto?

Amo sempre dire che il coaching sposta le montagne, mettendo le persone, tutte le persone, al centro. Il fine è renderle consapevoli dei propri punti di forza, trasformando le specificità soggettive in eccellenze. Un metodo che, in linea generale, funziona sempre perché basato sulla volontarietà e sull’impegno reciproco: tra coach e coachee si crea una connessione virtuosa che consiste nel trasferire, lato coach, e apprendere, lato coachee, tecniche e strategie d’azione in grado di innescare l’auto-motivazione e il conseguente miglioramento delle performance individuali ma anche di gruppo.

 

"Essere autorevoli e non autoritari per favorire l’auto-motivazione nei collaboratori"

 

Come si accende e si alimenta la motivazione?

La motivazione intrinseca o auto-motivazione, legata al piacere di sentirsi capaci, ha una base biologica profonda. Le neuroscienze hanno dimostrato che la motivazione risiede in ognuno di noi, ma che non esiste un modo per trasferirla da persona a persona. Il coaching favorisce l’auto-motivazione grazie ad una relazione empatica ed emozionale nutrita da fattori quali l’esempio, l’atteggiamento propositivo, l’ascolto, la conoscenza e la comunicazione.

Ci sono aspetti caratteriali incompatibili con il coaching?

Diciamo che l’arte del coaching è una forma mentis che richiede un atteggiamento non giudicante. Essere coach significa rovesciare il proprio atteggiamento: tutti, a parole, diciamo di essere sempre ben disposti alla relazione con l’altro, ma in realtà il giudizio è presente costantemente tutto il giorno, tutti i giorni, nella vita di ognuno di noi. Potranno, quindi, allenarsi al coaching tutte le persone in grado di liberarsi dall’atteggiamento giudicante a favore dell’ascolto attivo che mira, attraverso lo sviluppo di competenze relazionali e di intelligenza emotiva, ad una comunicazione autentica e attenta alla comprensione empatica degli altri.

 

Se vuoi scoprire le tecniche per allenarti al coaching, partecipa al percorso formativo con Piero Gatti: “Da capo a coach”

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